Sant’Eufemia è una chiesa piccola con una storia molto lunga: a Incino, frazione di Erba, fu per secoli il centro di una delle pievi più vaste della zona, e la sua torre campanaria, alta 32,7 metri, è oggi considerata il simbolo della città.
Storia
Le origini si fanno risalire alla metà del V secolo. A sostegno di una data così remota la scheda regionale cita il ritrovamento, in terreni vicini, di lapidi funerarie datate 469 e 491, e la muratura dell’abside, che si ritiene appartenga all’edificio originario. La chiesa fu plebana fin dall’inizio: nel 1285 la pieve di Incino comprendeva 61 chiese. Una pergamena dell’891 conservata nell’archivio capitolare di Monza, ricordata dalla scheda di Camminacittà, mostra Sant’Eufemia già allora come un centro importante di vita monastica. La dedicazione è alla martire di Calcedonia e si lega alla diffusione del culto che la tradizione attribuisce al vescovo comasco Abbondio, presente al concilio del 451 (vedi anche la basilica di Sant’Eufemia all’Isola Comacina).
Verso la fine dell’XI secolo la chiesa ebbe un rifacimento romanico, e nel XII fu ingrandita. Il complesso era molto più vasto di come lo vediamo: attorno alla chiesa c’erano un battistero dedicato a san Giovanni Battista, un cimitero, le case dei canonici della pieve e un muro di difesa, attestato almeno fino a metà Cinquecento. Sotto il presbiterio, allora rialzato, si apriva una cripta a tre navate, detta anche scurolo di san Materno, con un oculo che si vede ancora, murato; quella sopraelevazione fu abbassata all’inizio del Settecento, dopo l’ultima citazione, nel 1709.
Poi la chiesa perse importanza. Le fonti non concordano su quando passò il titolo plebano a Santa Maria Nascente, la chiesa nel centro di Erba (vedi Santa Maria Nascente): Camminacittà lo lega alla visita di san Carlo Borromeo del 1574, la scheda regionale e Wikipedia al 1584, UPEL a un decreto del 1596, che fece demolire anche cripta e battistero pericolanti. Divergono anche sull’allungamento della navata fino al campanile: tra fine Cinquecento e inizio Seicento per Camminacittà, il Seicento per la scheda regionale, il Cinquecento per il Comune di Erba, il Settecento per UPEL; sicuro è solo che nel 1709 la torre era già addossata alla facciata.
Gli interventi più recenti sono documentati meglio. Nel 1843, dopo la caduta di pietre, si tolse la copertura a piramide tronca del campanile e la si sostituì con il tetto piano attuale; alla fine dell’Ottocento furono rifatti i capitelli delle finestre; tra gli anni Venti e Trenta del Novecento si aggiunse la fila di archetti ciechi sulla facciata, un restauro che la scheda regionale definisce arbitrario; nel 1928 la volta pericolante fu sostituita dal soffitto a capriate. Nel 1983 il restauro del Crocifisso rivelò le immagini dei suoi bracci e, dal 18 luglio al 12 agosto 1994, gli scavi diretti da Sauro Gelichi (Università di Pisa) e da Isabella Nobili (Museo di Como) riportarono alla luce il battistero. Nel Giubileo del 2000, per volontà dell’arcivescovo Carlo Maria Martini, la chiesa fu inserita tra le 23 chiese giubilari dell’arcidiocesi di Milano. Una cappellina vicino all’ingresso ricorda le 77 persone, per lo più donne e bambini, uccise dai bombardamenti alleati su Erba del 30 settembre e 1° ottobre 1944.
Cosa vedere
Il campanile nasconde gran parte della facciata, fino a farne la prima cosa che si nota. Fu eretto tra l’XI e il XII secolo ed era staccato dalla chiesa; serviva anche da torre di avvistamento per tutta la pieve. In basso è di ciottoli di fiume con alcune are romane iscritte, in alto di conci squadrati di granito; fasce di archetti pensili lo dividono in sei ordini e gli ultimi tre si aprono con una monofora, una bifora e una trifora, con due protomi leonine molto consunte.
Il portale è a filo del campanile. Nella nicchia sopra, a ridosso del timpano spezzato, c’è la copia di un frammento romanico in marmo bianco trovato nel 1970 durante i lavori al presbiterio, che mostra un uomo con un libro tra due alberelli su cui si posano uccelli; l’originale è dentro, sotto l’altare. La lettura più diffusa è il Redentore. L’abside, a semicerchio, è la parte più antica: sul muro esterno si vedono i grandi finestroni paleocristiani chiusi in seguito, e quattro lesene dividono la parete in tre campi.
L’interno è a una sola navata, con soffitto di capriate in legno. Accanto all’ingresso è murata l’acquasantiera in marmo di Musso con testine a rilievo, incisa con la data 1212 e le lettere R.A.ME.F.FI.: la scheda regionale e Camminacittà le sciolgono in «Reverendus Abbas me fecit fieri», mentre Wikipedia, il Comune e UPEL leggono P.A.M.E.F., «Petrus Antonius me fecit». La cappella di destra è della Vergine ed è legata alla famiglia Parravicini: sopra l’altare, decorato da un paliotto di scagliola con il trigramma di san Bernardino, c’è un affresco tardomedievale con la Madonna col Bambino, i santi Bartolomeo (patrono dei Parravicini) e Giovanni Battista e due offerenti. Ai lati ci sono due tele cinquecentesche, l’Annunciazione a destra e la Madonna col Bambino e san Giovannino a sinistra.
L’opera principale è il grande Crocifisso ligneo, datato al Cinquecento dal Comune e a cavallo tra Quattro e Cinquecento da altre fonti, con il Cristo dipinto in stile giottesco. Nei riquadri alle estremità, venuti in luce con il restauro del 1983, compaiono l’Addolorata, san Giovanni, il Cristo Redentore (o la Trinità, secondo le fonti) e in basso la coppa che raccoglie il sangue. Sull’altare maggiore c’è una pala lignea dorata della fine del Cinquecento, a forma di tempietto, con statuette di santa Caterina d’Alessandria, dei santi Pietro e Paolo e di santa Eufemia, rifatte dopo alcuni furti.
Sul sagrato la pavimentazione disegna la pianta del battistero scavato: cubetti di pietra circondati da una fascia di ciottoli.
Info pratiche
- La chiesa è in piazza Sant’Eufemia, a Incino, accanto alla piazza Vittorio Veneto, dove ci sono i parcheggi.
- Secondo la scheda di Camminacittà (senza data) è generalmente aperta; gli orari delle messe sono sul sito della comunità pastorale di Sant’Eufemia.
- Accessibilità, sempre da Camminacittà: piazza in lastre di pietra, un basso gradino davanti a campanile e facciata che all’ingresso principale diventa una rampa in leggera salita; dal marciapiede si passa dove le catene su paletti si interrompono.
- Il nome Incino è fatto derivare dal latino Licini forum: Wikipedia lo attribuisce a Catone e a Plinio il Vecchio, il sito parrocchiale a Plinio il Giovane.
Fonti
- Lombardia Beni Culturali, Chiesa di S. Eufemia - complesso (scheda CO250-00174)
- Camminacittà, Erba, scheda Chiesa di S. Eufemia (PDF)
- Comune di Erba, Chiesa Sant’Eufemia
- UPEL Italia, Chiesa di Sant’Eufemia, Incino (29/8/2022)
- Comunità pastorale Sant’Eufemia, Chiesa di S. Eufemia
- Wikipedia, voci Chiesa di Sant’Eufemia (Erba) e Incino.
